LENTA GIUSTIZIA... - ETTORE LEMBO NEWS

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LENTA GIUSTIZIA…
NEI LUOGHI DI GIUSTIZIA

Più di due anni dopo il 6 aprile 2020, quando una rivolta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, provocò una serie di violenze da parte del personale giudiziario nei confronti di alcuni detenuti, si è arrivati al punto in cui ben 105 imputati sono stati finalmente rinviati a giudizio.
Ma partiamo dal principio: come riportava l’Ansa in un articolo pubblicato proprio il giorno dei fatti, “Un gruppo piuttosto nutrito di reclusi, al termine dell'ora d'aria, ha occupato il reparto [il reparto Nilo] impedendo agli agenti della Penitenziaria di entrare”. La causa? Un detenuto trovato positivo al Covid, primo caso accertato nella struttura. In base a quanto scritto dall’AdnKronos, l’atteggiamento di risposta da parte del personale penitenziario sfociò in quattro ore di presunta perquisizione sotto alla quale si celavano in realtà “violenze degradanti e inumane messe in atto per dare un segnale forte. [...] La perquisizione, secondo la Procura, è stata eseguita senza alcuna intenzione di cercare strumenti atti all'offesa o altri oggetti non detenibili, ma caratterizzata da condotte violente, degradanti e inumane, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse”. Come continua la stessa fonte, “gli agenti, difficilmente riconoscibili perché muniti di mascherine o di caschi antisommossa, hanno formato un corridoio umano al cui interno erano costretti a passare i detenuti, ai quali venivano inflitti un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello che le vittime non riuscivano in alcun modo a evitare, sia per il gran numero di agenti presenti che per gli spazi angusti del corridoio e degli altri locali nei quali le violenze venivano praticate”.
Ma non finisce qui: la situazione ha corso il rischio di stravolgersi completamente di fronte all’opinione pubblica quando “false accuse di resistenza e lesioni ai danni di 14 detenuti del carcere [...] sono state presentate da diversi ufficiali e agenti della Polizia penitenziaria. [...] Nell'informativa si rappresentava la necessità, durante la perquisizione straordinaria, di aver dovuto operare un contenimento attivo delle persone denunciate, riferendo che [...] numerosi agenti avevano dovuto ricorrere alle cure dei sanitari. Tutto falso, secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere”. Questo sottolinea ancora di più la gravità dei fatti: non solo il personale penitenziario coinvolto si è concesso la libertà di predominare con la violenza e l’aggressione fisica su detenuti che, pur colpevoli di disordini, si sarebbero potuti tenere sotto controllo in maniera più ordinata e pacifica, ma anche ha tentato di ritorcere la vicenda a proprio vantaggio, facendo passare per danni passivi quelle ferite risultate in modo attivo dalla violenza contro i carcerati.
Ebbene ora, due anni dopo, come sempre dopo la doverosa attesa che la giustizia italiana ci sollecita a portare, sembra che qualcosa si smuova: come si legge da un articolo dell’ANSA, “Sono stati tutti rinviati a giudizio i 105 imputati, tra poliziotti penitenziari, funzionari del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) e dell'azienda sanitaria locale, accusati a vario titolo di responsabilità in ordine alle violenze ai danni dei detenuti avvenute [...] il 6 aprile 2020. La decisione è stata emessa dal giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Pasquale D'Angelo, che ha rinviato tutti al dibattimento che inizierà il 7 novembre prossimo davanti alla Corte d'Assise del tribunale sammaritano. Il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere ha fissato per il 25 ottobre prossimo l'udienza in cui si terrà il processo con rito abbreviato (davanti allo stesso gup) per due imputati che ne hanno richiesta, tra cui il commissario capo della polizia penitenziaria Anna Rita Costanzo, ritenuta tra gli organizzatori delle violenze”.
Le accuse? Per quasi metà degli agenti quella di tortura, e per 12 imputati anche ll'omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine. Come continua la stessa fonte, andranno al dibattimento di novembre anche “decine di agenti, con due medici del carcere, mentre restano non ancora identificati gli oltre 100 poliziotti provenienti soprattutto dal carcere di Secondigliano che durante le violenze, cui parteciparono attivamente, erano muniti di caschi e mascherina protettiva per cui non riconoscibili dai detenuti. Per ora si sono costituite al processo oltre cento parti civili, tra cui una novantina di reclusi vittime dei pestaggi, il garante nazionale e quello regionale dei detenuti, alcune associazioni ed enti”.
Una vicenda che sembra andare, lentamente e cautamente, verso una risoluzione, oppure un fatto che in gran parte andrà ad essere insabbiato sempre più? Comportamenti del genere, scoppiati in luoghi dove la giustizia e l’ordine dovrebbero essere difesi come priorità e portati come esempio, sono capaci di restare impuniti per più di due anni, come in questo caso, mentre una lenta e placida giustizia tarda ad alzare la voce a difesa di chi, pur confinato in carcere, pur condannato per giusti motivi, resta sempre un cittadino dello Stato, uguale agli altri “in dignità e diritti”, come la nostra Costituzione recita.
Boris Borlenghi
15/07/2022



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