Enrico borgatti - ETTORE LEMBO NEWS

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Grazie ad Enrico Borgatti che con cadenza di quindici giorni i darà l'onore di farci pubblicare un suo racconto.
Racconti che pur essendo di fantasia, ironici, spesso irreali e surreali, comici o tristi, lasciano intravedere amore, cultura, spontaneità e spesso realtà.
Descrivere i sentimenti e le emozioni che il personaggio vive, non è sempre facile, specialmente quando alcune volte rispecchia la propria biografia che si vuol far conoscere senza svelarla.
Educazione, modo e semplicita, stridono al giorno d'oggi, ma proprio per questo si apprezzano i suoi scritti dove la mancanza di volgarità sembra una utopia realizzata.
È nel ringraziare ancora Enrico, per il suo modo di rendere fruibile la cultura nell'arte dello scrivere, vi auguro una buona e rilassante lettura.
Ettore Lembo
UN UOMO D'ALTRI TEMPI
E UN BELLISSIMO REGALO

Abitava … in una città qualsiasi, nella tua o in quella che tu, lettore, preferisci, grande o piccola non importa, anche estera, se può farti piacere. Si chiamava Luigi Campanati, aveva frequentato il Liceo Artistico e poi l’Accademia, «E sono finito a fare l’impiegato in un’industria metalmeccanica,» rispondeva a chi gli chiedeva del suo lavoro, e continuava: «a fare preventivi!». Un’occupazione che non amava, ma che portava avanti con scrupolo e serietà, ingranditasi la società, era stato promosso capoufficio e la proprietà lo ha sempre tenuto in palmo di mano.
Di assenze ne ha sempre fatte poche e neppure per malattia, un po’ perché era sano ‘e fortunato’, amava rimarcare, un po’ perché …. «Guai a farmi dare qualche giorno, ricorrendo al medico compiacente o … costretto a credermi!» ha sempre asserito.
Il senso del dovere era insito in lui.
Nonostante ciò: ferie, giorni festivi che cadevano di lunedì o venerdì e ponti decisi dalla società, gli permettevano di appagare quella che restava la sua grande passione: ‘andare per mostre e musei’. I viaggi a Parigi due o tre volte l’anno, prima solo e poi con la moglie, erano di prammatica per lui: quei quattro o cinque giorni nella capitale francese, ‘a ossigenarsi d’arte e di cultura’, come diceva, spaziando da un museo a una pinacoteca o perso tra le sale del Louvre o di altri musei parigini, lo appagavano e corroboravano. E non c’erano solo quelli, i Musei Vaticani, la Galleria degli Uffizi, il British Museum, l’Ermitage, il Museo del Prado, il Van Gogh Museum di Amsterdam e tanti altri minori … almeno una volta li aveva visitati. «Chi va al mare, chi in montagna,» diceva «noi andiamo in …» sorrideva … e poi «in cerca di meraviglie appese al muro.».
Pure la moglie nutriva la stessa passione, lei dipingeva anche, quadri astratti che amiche e parenti trovavano bellissimi! Lei lo sapeva di essere un’imbrattatele e ne rideva assieme al marito che non sopportava le pietose bugie, e tra loro: «Credo che, asserendo che i tuoi quadri siano dei capolavori …», «O quando mi paragonano a Picasso, non stiano mentendo …», «No, loro ne sono convinti, sono in buona fede, pensano che tu sia veramente un genio!», «Io … come i grandi artisti che noi sappiamo.», «Pierre-Auguste Renoir dei giorni nostri … Piera Augusta.», «La realtà è che non ci capiscono niente, la mamma, il babbo … li guardano con gli occhi dell’amore.». «E gli altri parenti, che se ne intendono quanto i tuoi genitori … ma si sentono in dovere … ‘plaudono sulla fiducia’.», «E i nostri amici … cosa vuoi che ci capiscano, persone che non hanno mai messo piede in un museo!».
«E fortuna che i tuoi genitori abitano lontano,» diceva lei «ci saremmo dovuti sorbire anche le loro ipocrisie!» e ridevano tra loro.
Era accaduto una volte, al ritorno da un viaggio, che dopo aver ammirato quadri meravigliosi, lei avesse guardato i suoi … e che ne avesse distrutti due «Per indegnità.» ha detto mentre lui sorridendo le ha dato dell’esagerata.
Lei allora, perché era spiritosa … forse più del marito, «Ti ci metti anche tu … con le pietose bugie.» e lui «Giammai!». Poi, quando vennero a trovarli i genitori che si accorsero dei vuoti alla parete e chiesero notizie, lei, seria: «Li ho venduti per dieci milioni l’uno a un gallerista straniero,» senza precisare se di dollari, o di euro oppure di lire o di rupie o dinari, e rideva! I due vecchi non capivano e lei faceva l’occhietto al marito.
Non, che lui non amasse lo scherzo: Luigi era un tipo brillante, pronto alla battuta e a captare quelle della moglie. Erano tutt’e due estroversi e vivaci … malgrado quello che avevano passato.
Al primo impatto, lui poteva apparire meno scherzoso di lei, quasi dava soggezione con quell’aspetto austero. Il Signor Campanati odiava i giubbotti trapuntati, di quelli che lo indossano, asseriva che parevano usciti avvolti nella trapunta da letto.
E detestava il vestire casual. Non gli andavano neppure i maglioni «Un pullover in filo di scozia … quello va bene.» sentenziava con fare serioso, perché lui vestiva sempre in giacca e cravatta, soprabito a mezza stagione e cappotto d’inverno … col cappello a falde molto larghe. Si definiva uomo d’altri tempi che rimpiangeva mode e comportamenti del passato, «Quando si usava dire ‘ossequi alla signora’, quando i bambini ubbidivano ai genitori,» pontificava «quando alla maestra si dava del lei, quando i genitori sapevano dire di no, quando il bon ton contava qualcosa e la riverenza alle signore era normale e quando in ufficio il superiore non chiamava colleghi i subalterni.» E poi: «Oddio … ho detto … ‘subalterno’,» faceva con voce scherzosamente affranta «sarò oggetto di pubblico ludibrio!».
La pensava così, lo sbandierava, però … si comportava come tutti, adeguandosi agli usi e costumi del tempo … a parte gli abiti sempre impeccabili, alla moda … di quando lui era bambino. Gli davano fastidio gli eccessi di confidenza dei camerieri, ma non lo dava a vedere, come trovava normale che la moglie vestisse seguendo la moda attuale.
La mattina, quando prima di entrare in ditta, si fermava al solito bar per l’immancabile cappuccino e il giovane barista gli ripeteva la classica frase «Signor Luigi … lei è sempre elegante!», lui pronto: «Indosso gli abiti che ha pure tuo padre, ma che preferisce lasciare nell’armadio per mettere quegli stupidi giubbotti di pelle o di plastica come gli ‘scaricatori di porto’.».
E lo diceva pure agli amici, perché anche loro vestivano così, ma apprezzavano la sua eleganza e quell’accenno a togliersi il cappello incontrando una signora.
Vivono in una bella casa, ben arredata, ma niente di speciale, quadri … pochi, giusto quelli della moglie e uno, bruttissimo, regalato dai suoceri di lui, «Non possiamo buttarlo!» diceva Francesca, era il nome della moglie. «Però» lei, sempre pronta allo scherzo, aggiungeva: «sei autorizzato a chiudere gli occhi quando gli passi vicino.». Possederne … a loro non interessava, «Tenere in casa alcuni quadri discreti,» sentenziavano tutti e due «a che pro … meglio ammirarne uno meraviglioso in un museo, sperduti in quelle sale che profumano di colori a olio, dove ti senti vicino a ciascun autore, dove riesci a immaginartelo: altezzoso o cordiale, modesto o borioso, odioso o simpatico, folle o normale … e lo colleghi a quella che è stata la sua esistenza.» che lui conosce benissimo. Di ciascuno sa dov’è nato, dove è vissuto, sa della famiglia e degli eventi che ne hanno costellata la vita.
Figli … uno, ma preferisce … ai due non va di parlarne e tantomeno entrare nei dettagli: morto a otto anni cadendo da un muretto e guai dire oltre. Chiusi nel loro dolore, per due anni non ne vollero sapere di viaggi, musei, pinacoteche o altro, poi … si sa, la vita continua, e hanno ripreso a muoversi, ‘a visitar musei’, come diceva lui. E a restare assorti davanti a certi capolavori, per scoprirne scorci, minimi particolari e significati reconditi; venti, trenta … quaranta minuti! Il ricordo del figlio però, non si era mai assopito, si chiamava Silvio.
Non ne cercarono altri «Silvio resterà sempre l’unico nostro …» diceva Luigi «no, i figli non si sostituiscono.» e lei si asciugava una lacrima.  
Questa frase, la ripetevano spesso, anche quando a nove o diecimila metri d’altezza, l’aereo li stava conducendo a Madrid, o a Berlino, o a Mosca, o in qualche altra città … ovviamente a visitar musei.  
Amavano tutti i generi di pittura, da Giotto a Picasso; di ogni opera sapevano cogliere i lati, gli squarci, i particolari eccellenti: artistici e poetici. Lei preferiva l’arte contemporanea, Salvador Dalì era il suo idolo e, ovvio, Pablo Picasso. Cubismo e Astrattismo erano le espressioni che più l’appassionavano e di quelle correnti, conosceva tanti altri artisti … «Non minori,» puntualizzava «quelli che hanno avuto meno fortuna.».
Il marito adorava i pittori francesi che avevano caratterizzato l'Impressionismo, l’Espressionismo, il Post-impressionismo, il Romanticismo, il Realismo, quei grandi artisti vissuti a cavallo tra l’ottocento e il novecento; ricordava ogni loro opera e quello che ciascuno era stato nella vita, con le loro biografie che divorava. Ne aveva ammirati i ritratti al punto di riconoscerli, se li avesse incontrati per strada …. «Magari!» diceva con un sospiro, «Sarebbe troppo bello!».
Luigi Campanati si riconosceva proprio in quell’epoca, nella Belle Epoque parigina, che vorrebbe rivivere. Accanto alla moglie, ovviamente, «Senza Francesca … che senso ha la vita!» pontificava.  
Loro due, agghindati come si usava allora, seduti sulle panchine nei prati accanto alla Senna o passeggiando lungo i bordi: lei col parasole che fa distrattamente ruotare in un senso … e nell’altro e lui col sigaro.  
Poi … sulla rue La Fayette. Eccoli: osservano le vetrine, salutano un conoscente, allungano qualcosa a un vecchio che domanda la carità, entrano in un elegante locale e, seduti a un tavolino in stile liberty, assaporano un pastis.  
E poi:  
«Garçon, l'addition s’il vous plaȋt» ... «Merci bien.» … «Tenez, pour le service.».  
E riprendevano a passeggiare lungo la Senna.  
Neppure a Francesca, ha mai detto di quei sogni reconditi, alla moglie che tanto ama e alla quale non ha mai nascosto nulla, ma lei lo conosceva troppo bene per non immaginare le sue visioni oniriche in quei luoghi o lungo le Champs-Elysées, o a Pigalle, o a Montmartre. Ed era pure certa che Luigi la immaginasse accanto a sé, lei e il loro Silvio, lui … è sempre nelle loro menti … quando, tenendolo per mano, lo portavano alle giostre o ai giardini pubblici.
Poi, Campanati ha smesso di lavorare, una pensione ottima gli ha permesso di viaggiare ancora di più, lei però lo aveva lasciato da sei anni: quel male che non perdona se l’era portata via. Luigi aveva perso una moglie, un’esperta compagna con la quale andare a visitare i musei e l’unica donna che aveva amato. Se ne sono accorti … e dopo tre mesi la sua Francesca non c’era più. Per un anno non ne ha voluto sapere di quadri, poi l’ha sognata, «Mi è apparsa com’era trent’anni fa ‘Ho voluto raggiungere il mio … il nostro bambino, non dovevo, forse?’ mi ha chiesto … e io le ho detto che la capisco, e quando l’ho sentita spronarmi affinché riprendessi ad andare ‘per musei’, mi è spuntata una lacrima.». È quello che racconta, chi lo sa se è vero, Luigi, per come ama la pittura è un artista e, «‘Gli artisti sono dei gran bugiardi!’ sentenziava Fellini.» a quanto diceva lui stesso.
E ha ripreso a visitare mostre e musei.  
Si è anche trovato un impegno: aiuta un amico gallerista; proponendosi, «Dammi ciò che vuoi … o niente ... non importa,» ha risposto, allorché quello gli ha chiesto quanto volesse, «per tutta la vita ho desiderato fare questo!», poi: «Chiaro che se mi va di partire … di andare a visitare un museo … non ti secca.», «Perché … da tanto tempo ho in mente di recarmi a New York, ho sempre sognato di visitare il Metropolitan Museum.», «È un anno che studio l’inglese, non voglio trovarmi là senza poter dire una parola, mia moglie, un po’ lo conosceva, io so qualcosa di francese e nient’altro.».
E l’amico sorridendo «Il francese, lo saprai benissimo con tutte le volte che sei andato a Parigi!», e lui, sempre sognando il Metropolitan: «Presto o tardi … ci vado proprio!». Il nostro Luigi non pensava agli anni che passavano e che un giorno … si sentiva forte come un toro e faceva progetti, sognava; come gli accadeva da ragazzo, convinto di un futuro nella redazione di qualche giornale come critico d‘arte figurativa … perché lui amava anche la scultura, pur se era il colore ad appassionarlo davvero.  
S’immaginava quale inviato speciale e con la mente vedeva il direttore, dal viso burbero, che lo mandava in giro per il mondo a inaugurazioni di mostre, a visitare musei, alla presentazione di qualche astro nascente e a visionare importanti opere. Direttore che apprezzava le sue concise recensioni o i lunghi e particolareggiati articoli.  
E invece … ma ha viaggiato tanto ugualmente: non saprebbe contare il numero delle opere ammirate … solo o assieme alla sua Francesca, la donna con la quale ha condiviso tutto, anche il dolore, ma non tocchiamo quel tasto, lui non vuole.   
Da due settimane Luigi Campanati ha compiuto i settantacinque anni, collabora sempre con l’amico gallerista, è un impegno … così … senza impegno … e quando ha deciso di assentarsi per trascorrere una settimana nella capitale francese, gli è bastato comunicarlo.  
Aveva deciso, «Festeggerò là il mio compleanno,» si era detto «da solo … e perché, qui … loro ci sono?».  
A Parigi è andato tutto bene, ha rivisto quadri ‘che già sapeva a memoria’ «Ma è sempre una gioia!» diceva, ne ha ammirati altri sui quali non si era soffermato abbastanza e ne ha scoperti alcuni che rammentava appena. La maggior parte del tempo l’ha trascorsa tra il Museo del Louvre, quello d'Orsay e il Marmottan, a osservare i capolavori di Henri Matisse, di Pierre-Auguste Renoir, di Edgar Degas, di Claude Monet, di Paul Cézanne e di Paul Gauguin, di Henri de Toulouse-Lautrec, di Vincent van Gogh, di Edouard Manet e di tanti altri. Entusiasta, tra sale e saloni, sognava di incontrarli tutti, quegli uomini meravigliosi, di conversare, di stringere le loro mani … sporche di colore.
E tra sé, «Stringer loro la mano,» faceva «sarebbe meraviglioso!».
È ritornato e ha ripreso col gallerista: cataloga le opere, recensisce quadri, ne redige critiche accurate, ne estrapola parole altisonanti e belle frasi per locandine e pieghevoli.
A casa, continua la sua vita, si alza verso le nove, si prepara la colazione ed esce, passerà poi la domestica, è con loro da anni, ha fatto in tempo a conoscere il bambino, a lei lo affidavano quando si assentavano per qualche giorno, per visitar musei: si trasferiva lì, era per lui come una mamma. Lo chiamava «Silvietto.», quanto ha pianto, anche lei!
Viene al lunedì, al mercoledì e al venerdì verso le dieci: pulisce, fa il letto, prepara il pranzo e qualcosa in più che Luigi consuma a cena, oppure il giorno dopo, se non ha voglia di farsi gli spaghetti, o un uovo fritto, o la solita bistecca, non sa fare altro. Se ne va tra le quattordici e le quindici, dopo aver sparecchiato, lavato i due o tre piatti usati per il pranzo e rassettata la cucina.
È lunedì ventidue novembre, Luigi Campanati era ritornato da Parigi nel pomeriggio del nove, non si sentiva bene «Non sono in forma.» ripeteva, e proseguiva con le sue riflessioni, «Non dovrei mai pranzare fuori, però … ha tanto insistito, il mio ‘capo’ … per poi discorrere di lavoro: con quel pittore … crede di avere scoperto un altro Caravaggio!» sentenziava sorridendo, «Però, me la sono anche passata, eravamo in tanti, c’era la moglie, i due figli con le mo… per carità …. con le rispettive compagne.». «C’erano anche i nipoti, un po’ casinisti … uno, quando mi ha visto arrivare col cappello, mi ha chiesto che cos’era.».
Ha avvisato il suo amico gallerista ed è rimasto in casa tutto il giorno, la signora gli ha preparato un brodino: non ha preso altro, è uno stordimento generale che viene e che va, talvolta un lieve bruciore allo stomaco. Verso le quattro del pomeriggio sta meglio, accende il televisore, dopo poco più di un’ora decide di uscire «Un po’ d’aria mi farà bene di certo.» fa tra sé, invece … dopo neppure un quarto d’ora è stanco, sente freddo.
È autunno avanzato, la temperatura è bassa, «È solo mal di stomaco … un bel tè caldo» pensa ed entra in un bar che conosce, ci va spesso, «Qui è ottimo.» sentenzia tra sé, siede non lontano dall’ingresso.
Continua a non star bene «Presto, per favore.» fa con tono affaticato mentre la vista gli si offusca. Una fitta nebbia lo avvolge, tutto il locale è immerso nella foschia.
È una massa grigia, informe, come di smog … all’improvviso vede aprirsi uno squarcio, una luce fortissima lo illumina e gli appare Francesca, è bellissima … come lo era a trentacinque anni … quando Silvio … c’è pure lui, si tengono per mano. È come allora, quando … «Papà, papà, t’ho portato il regalo per il tuo compleanno.». E pone, sul tavolo, non più ricoperto dall’usuale tovaglietta di carta ma da una in lino finemente ricamata, un elegante pacchetto avvolto in carta dorata e legato da un nastro di raso rosso.
E la moglie: «Siamo in ritardo di quindici giorni … ma avrei preferito attendere quindici anni,» gli fa con mossa sconsolata del capo e continua «anche se avevamo tanta voglia di vederti, di stare con te … il regalo … quello ti piacerà di certo.». Luigi è confuso, non comprende il significato di quelle parole, di quel ‘ritardare quindici anni’, di quel regalo che gli ‘piacerà di certo’.
Ansioso di scoprire che ci sia nel pacchetto … slega il nastro … non si accorge che Francesca e Silvio sono svaniti, pure la nebbia non c’è più.
«Con permesso, signore,» gli fa il cameriere ponendo al centro del tavolo un vassoio d’argento su cui una zuccheriera in porcellana decorata in oro con effigiate una ‘C’ e una ‘G’ abilmente intrecciate e inserite in uno scudetto alla guisa di stemma gentilizio. Essa fa pendant con piattino e tazza da tè: medesima effige. Luigi gli fa spazio, spostando di lato il pacchetto che … continua a svolgersi da solo.
Stupito, il nostro solleva lo sguardo, il cameriere non è quello di prima … o forse lo è … chissà … porta una giacca bianca, calzoni e papillon neri: è impeccabile. Luigi si guarda attorno e … il bar si è trasformato in un elegante caffè, più grande di quello nel quale era entrato poco prima. L’arredamento liberty e i quadri alle pareti gli fanno venire alla mente Le Café de Flore a Saint-Germain o La Closerie de Lilas a Montparnasse.
E invece: «Ma come … non l’ho riconosciuto …» esclama tra sé buttando gli occhi sul quelle ‘C’ e ‘G’ intrecciate «è il Café Guerbois in rue des Batignolles, dove si riunivano Manet, Renoir, Cézanne e altri pittori: quelli che avrebbero dato inizio al movimento impressionista.». Allora si chiamava così la via, ma lui … è uomo d’altri tempi.
I camerieri, tutti impeccabili, si muovono a passo felpato; eleganti signori vestiti alla moda di allora, siedono ai tavoli guarniti di eleganti tovagliette sulle quali: caffè, cognac, pastis, tisane, cointreau, limonate, cioccolate calde,calvados, acqua frizzante e armagnac.
A un tavolo riconosce: Vincent van Gogh, Matisse e Degas … c’è anche Edouard Manet, parlano a bassa voce, ma animatamente, forse di arte e cultura, li guarda con rispetto, quasi con soggezione e loro «Bonne soirée, Louis», «Comment ça va, Monsieur Campanatì», «Tout va bien … mon ami?», «Ciao, Louis». Poco distante scorge Renoir, con la sua modella, lui centellina un pastis, lei sta gustando una cioccolata, il nostro fa finta di nulla. A un altro tavolo, Paul Gauguin e Cézanne: in silenzio, li guarda … e tutti e due gli fanno un cenno di saluto con la mano, Gauguin gli sorride e Luigi ammicca garbato.
Claude Monet è solo, forse attende qualcuno, è assorto in chissà quali pensieri, gli sguardi s’incrociano, lui gli fa un cordiale inchino che il nostro contraccambia. Henri Matisse si alza per andarsene, saluta gli amici e si dirige verso l’uscita, passa accanto al tavolo del nostro e «Adieu Louis.» gli mormora con un sorriso, accarezzandosi la barba.  
A un altro tavolo vede due belle ragazze, «Saranno modelle.» fa tra sé, ne ha la conferma poco dopo, quando una gli si avvicina, lascia un biglietto da visita e se ne va. E Luigi: «Mi hanno creduto un artista.» pensa sorridendo mentre legge i due nomi di battesimo, l’indirizzo e la scritta a mano: modèle’ e sotto, più in piccolo, ‘nues aussi’. Quell’essere preso per uno di loro, lo lusinga.
Entra un tipo elegante: lunghi baffi e folta barba, lo riconosce, è Alfred Sisley, viene verso di lui, si ferma e gli stringe la mano con un Bonsoir Louis’, due parole d’occasione poi  «Excuse-moi.» e raggiunge Manet. A un tavolo un po’ scostato, Toulouse Lautrec è con tre signore scollacciate, sul tavolo quattro coppe e una bottiglia di champagne. Luigi fa finta di nulla, ma il Conte di Tolosa alza gli occhi verso di lui e ne stringe uno indicando le tre cortigiane, e poi: «Louis, viens boire avec nous», «Merci» fa Luigi. Quello insiste, «Solo un momento.» pensa il nostro e fa per alzarsi, ma non ci riesce, la moglie è lì e lo aiuta. Lui la guarda, tiene per mano Silvio, si volta verso il conte e con voce flebile «Excuse-moi, ce n'est pas possible, ciao.»,
«Ça n’a pas d’importance,» gli fa il Conte che si era avvicinato a lui, poi, sorridendo gli porge la mano, gliela stringe e «adieu.» gli fa e torna dalle sue amiche.
A quello, si uniscono gli ‘Au revoir’, i ‘Ciao’, i tanti ‘Adieu’, gli ‘À tout à l’heure’ di Gauguin, di Cézanne, di Renoir e degli altri, riuniti in quell’incontro senza tempo.
Luigi sorride, fa un cenno generale di saluto, prende Silvio per mano … e con lui in mezzo, i tre lasciano il Café Guerbois scomparendo nella penombra della sera.

FINE
Enrico Borgatti
EXCURSUS IN PARADISO

Voi non ci crederete, ma passare ai posteri … sapere che il mio nome, le mie opere diverranno immortali … non m’interessa.  Che le genti del futuro mi leggano non me ne importa proprio niente. Vi do la mia parola.
Immagino le reazioni dei miei amici, quelli che mi conoscono di persona: “Sì, tu, ambizioso come sei, ma vallo raccontare ad altri!”, oppure “Pensi proprio che qualcuno ti creda!”, o peggio “Tu che per trovare un editore ti prostituiresti.”.
O peggio ancora: “E noi ci dovremmo credere … a una sgualdrina come te!”.   E invece è così, io non ci tengo per niente che le mie opere restino immortalate nel tempo. “Però,” dirà qualcuno dei miei lettori, “se la tramandano ai posteri, i suoi libri continuano a vendersi, come accade con I Promessi Sposi, e, per settant’anni dalla sua morte,” che poi sarebbe la mia, “i suoi figli e anche i nipoti ritireranno i diritti d’autore.”, ma io non ho figli.  
“Avrà dei parenti, degli eredi indiretti,” controbatterà quel lettore di prima. Parenti sì, e tanti, ma sai i casini, litigheranno tra loro, andranno in tribunale, e con quello che costano gli avvocati, e poi … la torta è quella, dividerla per non so quanti, verrebbero fuori delle briciole per ognuno, il cui importo se lo mangiano le banche col costo dei bonifici.
Scusate se insisto, ma sto fatto che io sia ricordato fra cento, duecento, mille anni … che mi leggano nelle scuole … chi se ne frega, e poi … campa cavallo! Per ora sono vivo e insisto nella mia tesi che essere tramandato … non m’interessa, e anche dei posteri, chi se né cale!
La realtà è che si da loro troppa importanza; e quelli, i posteri per intenderci, si montano la testa, credono d’essere i padri eterni! Manzoni, addirittura gli ha trovato uno spazio nella magistratura, ‘ai posteri l’ardua sentenza’ ma Alessandro … che stai a dire … è già lenta la giustizia, per arrivare a sentenza ci vogliono anni e ti ci metti anche tu, ma non lo sai cosa sta accadendo ora! Non sei informato di quello che succede qui, tu sei là, tra le nuvole, con altri al par tuo, e non leggi di certo i giornali. Le frequentazioni che avrai, le posso immaginare, perché tu non sei il tipo che se la fa con la gente del popolo, con un Renzo Tramaglino e una Lucia Mondella qualsiasi, o con un povero curato di campagna. Sarai là a conversare con filosofi, pensatori, studiosi, e anche loro ben lontani da sapere che cosa accade sulla terra.
Nessuno vi avrà detto che è stata abolita la prescrizione e che ora il processo non finisce mai. Non ci crederai, ma è così! Ed è anche colpa tua, che gli hai dato corda, con i posteri che emetteranno la sentenza: in Italia abbiamo tre gradi, che non è poco, ora ci mettiamo anche i posteri … che fanno quattro, voglio vedere, dove andiamo a finire. Me lo immagino uno dei Collegi Giudicanti della Corte Suprema di Cassazione, tutti cinque in toga rossa, con bordo di ermellino, che poi sono due a giudicare, gli altri tre saranno in disparte a parlare dei fatti loro.
Allora, lo lasciamo dentro?”,
Ma no … io lo assolverei, poveretto, ha speso un mucchio di soldi per gli avvocati!”,
Se ti fa piacere … io mi adeguo, tanto … poi ci sono i posteri.”
Alla fine … sono sempre loro a decidere, a emettere la sentenza.”
Specie se è ardua.”,
Hai ragione, meglio mandarlo a casa, poi si vedrà … tanto … la prescrizione non c’è più, e loro, quelli che verranno poi, saranno sempre in tempo.”
Ai posteri l’ardua sentenza.”.
Gli altri tre fanno segno di consenso e tutto passa ai posteri.
Ora mi domando come si possa pensare che ‘sti posteri, con tutte le cause pendenti e che devono portare a sentenza, trovino il tempo di leggere i miei racconti. Lo ripeto: “Di essere tramandato ai posteri non me né può fregare di meno!”.
“Tutto vero,” mi obietterà qualche lettore, “ma resta la soddisfazione, il piacere che le sue opere rimangano come delle pietre miliari, come quelle di Cicerone, Cesare Beccaria, Gioacchino Rossini, Socrate, Catullo, Ugo Foscolo, Giulio Cesare, Giovanni Pascoli, Giuseppe Verdi e tanti altri.  
E con questo … una volta morto ... che m’importa. Sì, mi piacerebbe vedere la faccia che faranno i miei amici e tutti i parenti che ora mi considerano tanto poco, però … ‘mortuus est’ e se sono morto … cosa vedo, poi … saranno morti anche loro.  
Tutti morti e sepolti!   
‘Sei nella terra fredda, sei nella terra negra; né il sol più ti rallegra …’ come ha scritto il collega Giosuè Carducci.  
A questo punto m’immagino Padre Giuseppe Ponte, ex parroco della mia città e grande amico: “Enrico, cosa dici … ma quello era un ateo, un mangia-preti, Giosuè Carducci!” mi dice con quella sua voce dolce e profonda e un lieve tono di rimprovero “C’è un’altra vita che ci attende, dopo la morte.”.
E va bene, allora: niente ‘terra fredda’, niente terra negra’ … come … meglio nera, è vero … è più corretto, certe parole … politicamente … guai! Quindi: ‘sei nella terra nera”…. però, adesso non fa più rima con ‘rallegra’. “Giosuè, scusami, ma io non centro, vedi tu di cambiare il verso … di sti tempi … non si sa mai, quelli ti tolgono l’immortalità!”. Quale immortale come me, l’ho apostrofato col tu.
E niente, anche ‘morto e sepolto’.  
Ipotizziamo invece di trovarci nell’altra vita che ci attende dopo la morte, come mi ha detto Padre Ponte, e lui se ne intende. Scartato l’Inferno che si è rivelato un falso allarme, diciamo che mi trovo in Paradiso.  
Contento … Padre Ponte?
Immagino come sarà strutturato: un grande spazio dove la gente normale … come voi, diciamo, passeggia, chiacchiera, gioca a carte o a bocce, prende il caffè, scherza e ride.  E un piccolo spazio, dal clima temperato, senza sbalzi, parte vista mare e parte, immerso tra il verde dei boschi con catene di monti, innevati o no, che fanno da sfondo. Qui stanno quelli come me … come noi: i tramandati ai posteri, detti anche gli immortali. Diciamo: gli Omero, i Cicerone, i Giuseppe Verdi, i Raffaello Sanzio, i Ludovico Ariosto, i Dante Alighieri e tanti … tanti altri, ma sempre inezie, numericamente, rispetto ai più … a voi, per intenderci, che fate parte della maggioranza, destinata all’oblio.
“Vedi che sei un megalomane,” mi dirà qualcuno degli amici di prima, quelli che frequento abitualmente e continuerà: “vanitoso con un comportamento di burbanzosa prosopopea.”.
Io non rispondo, li guardo dall’alto al basso e procedo per la mia via. M’immagino mentre attraverso lo spazio, dove stanno i più, per arrivare a quello riservato a noi, destinati alla memoria dei posteri, dove immagino che, chi fa parte delle masse non abbiano accesso.  
Ben sapendo di essere uno dei pochi, me ne vado impettito, che poi … un’anima che procede impettita … boh … non saprei proprio come figurarmela, ma non è questo il punto. Continuo a fantasticare vedendomi dove sta la gente comune e mi rivolgo a un’anima delle tante: “Io” le dico con una certa alterigia “sono un tramandato ai posteri, le mie opere sono e resteranno immortali.” e quello “E con ciò?”.  
Ci resto male e, persa ogni baldanza, “Niente … dicevo così … però … se vuole l’autografo.”, sempre rivolto all’anima. E lei, con una faccia da schiaffi … “E da farmene cosa?” mi risponde.
Però … ci sarà anche qualche anima gentile che, appreso che sono un tramandato ai posteri, mi risponderà di essere onorata, eccetera, e quando le domanderò se vuole l’autografo: “Magari,” mi fa “ma non ho con me un pezzo di carta.” Io allora solito tenere in tasca notes e biro, “L’ho io!” e faccio per prenderli, ma non trovo neppure le tasche. E lui, sorridendo: “Non si preoccupi, non è la morte di nessuno!” e poi “Non mancherà occasione, c’è n’è di tempo, abbiamo l’eternità davanti a noi!”. E io, tastandomi dappertutto “Mi lasci cercare bene … perché ne sono certo: io giro sempre con carta e penna.”, e lui: “Ma non è grave … pensi alla salute!” Però si capisce, che del mio autografo non gliene importa niente.
E giungo nello spazio riservato agli immortali, dove è normale imbattersi in colleghi, tutti tramandati ai posteri, i famosi ‘uomini illustri’ che si studiano a scuola. Chi passeggia solo, chi con amici, come le persone normali. Tasso seduto all’ombra di una quercia, Cicerone a fare chiacchiere con chiunque gli capiti a tiro, Socrate a pensare, sempre con la testa fra le nuvole, Ponzio Pilato, igienista, che a ogni fontanella o sorgente si lava le mani, Nerone che declama le sue liriche accompagnandosi con la lira, Alfieri legato a uno scranno, Caio Muzio Scevola con la mano destra bruciacchiata, Diogene di Sinope dentro a una botte, e altri.  
Poi incontro Petrarca, che apostrofo col tu, come si fa comunemente tra colleghi, ovviamente, mi presento e dico che anch’io, come lui, sono un tramandato ai posteri, eccetera. Francesco mi guarda con disprezzo e, in un misto tra il volgare e il latino, con quella pronuncia tipica di chi è vissuto tra l’Italia e la Francia:
Zotico indegno, t’equipari a me!
Com’osi sciocco, cogitar potere
collega dir l’autor del Canzoniere!  
Dimanda venia e chinati ai miei piè.  
Etiam Cambronne ai posteri arrivò,
ma fama sua non puotesi oscurare
et altre verba voller inventare,
ma tu sai bene quel che pronunciò.
Ben conoscendo la parole che lo fece restare nella memoria delle genti, me ne vado confuso e umiliato.
Poco distante incontro Giovanni Boccaccio, quello, a Petrarca, gli ronza sempre attorno, è nota l’ammirazione che nutre per le sue liriche. Come ho fatto col precedente, mi rivolgo a lui con un sorriso amico, un cordiale saluto, e un ‘come stai’. Quello mi guarda con fare stizzito, risentito, e:
Tu ti rivolgi a me vecchio moccioso
senza pigliar distanza né lunghezza!
Scordasti tu, qual è la mia statura,
accanto a te, nano presuntuoso,
che innanzi al sesso provi timidezza!
Gli organ dati a noi dalla natura
non osi nominar … par cosa impura,
tu temi, infante forse d’arrossire
se parti osè del corpo devi dire,
tu fai sorrider me dei tuoi pudori
e allor che lui e lei senton bruciori
lo scriverlo, per te sono fatiche.
Tu temi proferir verba impudiche!
Mee scripta mira tu, picciol nanetto,
che frati e suore pongo in mismo letto,
sfidando censura et contumelia.
Tu n’osi fare ciò manco per celia!
Io gli spiego che, odiando la volgarità, ero solito affrontare il sesso in maniera garbata e anche se il tema era scabroso, io cercavo sempre di presentarlo con stile raffinato, non boccaccesco. A quell’affermazione, va su tutte le furie! Accantonate le rime, me ne dice di tutti i colori, io non sono da meno e sentenzio che il suo successo è dipeso solo dalle tante licenziosità e situazioni piccanti delle quali dissemina le sue novelle, quello mi dice che l’umorismo dev’essere alla portata di tutti e non solo per certi che lo capiscono … per quelli che secondo lui, io chiamo ‘eletti’ o ‘intellettuali’. Si fa a gara chi urla più forte … stiamo venendo alle mani … quando, si trovano a passare Ercole e Sansone che non ci mettono molto a fermarci tenendoci stretti per le braccia, anzi, ci sollevano come due ramoscelli e mentre io e Boccaccio sgambettiamo indignati, ci invitano a piantarla.
Se non ci fossero stati loro … non so proprio come sarebbe finita!
Con un’alzata di spalle Boccaccio se ne va e io cerco di iniziare una conversazione con i due che hanno impedito il peggio, però … non c’è dialogo, quelli parlano di box, di lotta libera o greco-romana, di sollevamento pesi, e io, che di sport non ho mai voluto saperne, me ne vado.
Incontro Dante Alighieri, lo guardo ammirato e quello: “Vuoi sapere qual è il cibo migliore … l’uovo, con ché … col sale.” e se ne va per la sua strada. E lo stesso con Virgilio, con Lorenzo il Magnifico, con Giuseppe Mazzini, con Gabriele D’Annunzio, tutti procedono imperterriti … come se non mi avessero visto, non mi considereranno proprio, incuranti del fatto che pure io sia un immortale … come loro.
Incrocio Giuseppe Garibaldi, a cavallo, bello, altero, con Anita di fianco, anche lei a cavallo: “Generale carissimo!” gli faccio “Qui si fa l'Italia o si muore!” quello con un viso offeso. “Anzitutto ’Carissimo’ lo dici a tua sorella, e cos’è quel ‘si fa’ … l’Italia l’ho fatta io, con i miei mille valorosi soldati; io ho rischiato di morire per la patria … tu, allora, non eri neppure nato!”, ciò detto, una scudisciata al cavallo e se ne va seguito da Anita.  
M’informo, chiedo, cerco e arrivo da San Pietro, vista l’aureola, abbandono quel mio fare confidenziale e: “Lei che è qui da tanto tempo, sa dirmi se c’è qualche circolo dove si riuniscono quelli … come me, quelli che per la gente comune sono gli ‘immortali’?” Lui mi risponde di no, che i grandi … quasi tutti superbi e alteri, se la fanno con pochi, che gli eventuali gruppi sono ristretti e chiusi. Che raramente danno confidenza agli estranei. E quando ribadisco di essere pure io un grande, che ha scritto opere immortali, che gradirei tanto essere presentato a qualcuno e insisto perché mi indichi un punto di ritrovo, dove quelli qualche volta s’incontrano, lui con aria seccata “Insomma il posto è questo, se non le piace … faccia lei, vada ...” e si è stretto nelle spalle. Sì, amici, San Pietro mi ha mandato all’Inferno, non me lo ha detto chiaramente, ma … è chiaro.
Decido di fare un giro tra i più, perché … entrare nel nostro spazio è interdetto alla gente comune, ma noi possiamo uscire e mescolarci con loro, con la gente come voi. Però non lo fa nessuno, ve lo immaginate Cristoforo Colombo, quello che ha scoperto l’America, e che, una volta arrivato ha fatto strage d’indigeni. Vedetevelo confondersi tra le masse e mettersi a chiacchierare con gente di colore! Come se Hitler o Stalin uscissero dal reparto ‘immortali’ e si confondessero tra i più, con i milioni di morti che hanno fatto, ogni volta s’imbatterebbero in qualcuno di loro … e non saprei immaginare la reazione.
Io, che ho la coscienza pulita, ci sono andato, ho visto tutta questa gente comune … anime come voi, alla buona, che scherzano, ridono tra loro, giocano a carte, o allo schiaffo del soldato, o alla cavallina. Le ho viste mangiare e bere in allegria … giocare a briscola, a dama, a ruba mazzo …
Sento picchiarmi sulla spalla:
Sveglia,” fa mia moglie, “sono due ore che dormi, altro che sonnellino pomeridiano, non so proprio come tu possa … con questa luce!”.
Le faccio segno di non svegliarmi e mormoro: “Altri due minuti che termino il sogno.”
E mi sono mescolato a loro, senza dire di far parte degli immortali. Mi hanno accolto con una cordialità che proprio non credevo: come vecchi amici, si è parlato del più e del meno, abbiamo riso e ci siamo divertiti, abbiamo cantato, chi le Lodi al Signore o Noi Vogliam Dio, altri, Bella Ciao e l’Inno dei Lavoratori e altri ancora, Faccetta Nera e Giovinezza.
E mi sono svegliato … narro il sogno a mia moglie che si mostra divertita.
Mi metto al computer e scrivo la storia, la rileggo compiaciuto, la faccio leggere ad alcuni amici, anche quelli che mi hanno dato della sgualdrina, tutti la trovano diverte e ben scritta, alcuni la definiscono un geniale saggio di umor e cultura.
Io, congratulandomi con me stesso, penso ad alta voce: “È veramente bella, una storia che resterà tra le opere immortali della letteratura mondiale, nelle scuole sarà segnalata e consigliata, sarà tradotta in tutte le lingue, ne sono orgoglioso,” e con una punta di sussiego, sentenzio ad alta voce: “E io passerò ai posteri.”.

FINE
Enrico Borgattii
ETTORE LEMBO NEWS
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